FIERA DI SANT’AGATA DI MILITELLO

-di Nino Caliò

-SANT’AGATA DI MILITELLO (ME) –Lungo l’itinerario costiero, presso la torre di difesa della Marina di Militello, fin dal medioevo tenevano convegno annuale i trafficanti. Da quel tempo l’importante raduno fieristico ha avuto sempre maggiore fortuna per l’affermarsi di S. Agata quale punto nodale di scambi. Si svolge nei mesi di aprile e di novembre (nei giorni 14 e 15), costituendo il primo e l’ultimo raduno dell’anno per mercanti e compratori di un vasto hinterland Al mercato dei generi di consumo, che si svolge lungo il Viale della Regione Siciliana, si affianca quello tradizionale del bestiame, occupante la spiaggia, prima, ma ora dirottato in un ampio spazio nei pressi del vecchio “macello” comunale in prossimità del torrente “Inganno”. La fiera storica di Sant’Agata di Militello è certamente la manifestazione più antica ed importante non solo per la comunità santagatese, ma per tutto l’hinterland ed anche al di fuori del territorio regionale. Risale infatti al medioevo e si è sviluppata con sempre maggiore fortuna per l’affermarsi del comune nebroideo quale nodale punto di scambi. Si svolge nei mesi di aprile e di novembre, nei giorni 14 e 15, costituendo il primo e l’ultimo raduno dell’anno per mercanti e compratori. Rappresenta un momento di grande significato tanto dal punto di vista culturale, come da quello sociale ed economico: sociale in quanto occasione di incontro per migliaia di operatori ed abitanti dell’intero territorio dei Nebrodi e per le tante e diverse generazioni, fra cui hanno sempre fatto capolino figure curiose e personaggi d’altri tempi; economico costituendo, come nei secoli passati, l’evento più incisivo ed atteso da commercianti ed allevatori del Valdemone. L’economia prevalentemente pastorale ed agricola dei paesi nebroidei ha trovato, infatti, nel raduno fieristico santagatese una delle più favorevoli occasioni di mercato. Nella fascia costiera, in cui erano possibili più agevoli comunicazioni e su cui gravitava una serie di piccoli centri di popolazione che rendevano utile la pratica della mercatura girovaga, l’attuazione di una fiera così consistente assicurava la possibilità di incontro per la vendita dei capi di bestiame, (cavalli, soprattutto sanfratellani, maiali, pecore, capre, agnelli, mucche, muli ed asini) secondo antichi rituali di contrattazione, e l’acquisto dei prodotti artigianali e di consumo, in un grande e singolare spettacolo di folklore. Si tratta di un importante momento di incontro tra le genti dei diversi paesi che, durante i due giorni di durata della fiera “espongono” i loro animali nella speranza di concludere affari se non proprio redditizi perlomeno interessanti ! Si assiste quindi ad una vera e propria “esposizione” di capi di bestiame, ovini, bovini, suini, equini, che per l’occasione vengono agghindati con campanacci di varie dimensioni che il più delle volte incuriosiscono più dell’animale stesso . C’è chi compra e c’è chi vende, il tutto in un’atmosfera festosa di chi vuole portare avanti antiche tradizioni che altrimenti andrebbero perse. Alla fiera veniva utilizzato un linguaggio collaudato nei secoli ed oggi in via di scomparsa: un linguaggio delle mani, che compivano dei “gesti” particolari: il mediatore cercava di incrociare più mani possibili, mani grosse e nodose dei “vacari” con quelle bianche e lisce dei mercanti, facendole battere palmo su palmo, per concludere contratti di compra-vendita. Oggi i contratti si stipulano con firme ed emissioni di assegni. La fiera, però, è anche festa, animazione, incontro, divertimento, colore: sulle centinaia di bancarelle che occupano buona parte del lungomare, ai prodotti di un tempo, si sono aggiunti quelli nuovi della odierna società dei consumi anche se le caratteristiche arabe sono rimaste nel suo volto di sempre, nelle consuetudini del vendere e comprare, nelle continue e stressanti contrattazioni, nei colori e nei cento odori diversi che si fondono nell’aria.